Ballo delle debuttanti 2012, Caserma Ceccaroni, Rivoli

Il Conte Verde 2012 Il Conte Verde 2012
Il Conte Verde 2012 Il Conte Verde 2012

Amici, Sostenitori, Simpatizzanti...

 

Anche quest'anno rinnoviamo il nostro invito a partecipare alla XVII Edizione del Premio di Poesia e Narrativa - Rivoli 2012, per potervi cimentare in un concorso conosciuto a livello nazionale con le vostre opere d'arte scritta.

L'evento è organizzato dalla Pro Loco di Rivoli e dal Lions Club Rivoli Castello e Rivoli Host, in sinergia con il Club des Poetes e sotto il patrocinio della Città di Rivoli e della Provincia di Torino.

Tutte le indicazioni potrete comodamente trovarle, scaricando il file qui sotto.

Vi aspettiamo e buon lavoro !!!!

 

 

Brochure informativa Premio Poesia e Narrativa 2012
All'interno troverete tutte le indicazioni su come partecipare; quando, dove e in che modo consegnare le vostre opere e molte altre informazioni.
premiopoesia2012.pdf
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Amici... Sostenitori.... Simpatizzanti....

 

Carnevale è alle porte e noi della Pro Loco di Rivoli siamo in subbuglio e frenesia per l'organizzazione dell'evento più spettacolare della nostra cittadina.

 

Si comincia il 29 Gennaio con l'Investitura del Conte Verde Amedeo VI, figura cardine della storia rivolese, in cui il Primo Cittadino consegnerà le Chiavi della Città di Rivoli... e da quel momento la Città diverrà Contea.

 

Dal 30 Gennaio al 17 Febbraio ci saranno le visite del Conte Verde Amedeo VI, della sua consorte Bona di Borbone e di tutto il corteo storico al completo alle Scuole, alle Case di Riposo e anche a coloro che sono meno fortunati di noi, all'Ospedale di Rivoli.

 

Gli eventi gioiosi e divertenti continuano Sabato 4 Febbraio con la Serata Danzante presso l'Associazione Anziani Rivolesi c/o il Centro di Incontro Bonadies in Via Adige 11 (vicino sede Croce Verde Rivoli) alle ore 20.30 . L'ingresso è gratuito.

 

Si prosegue il 5 Febbraio con il Carnevale dei Bambini, evento rivolto ai piccoli Rivolesi, i quali insieme a Mamma, Papà, Fratelli, Sorelle, Nonni, Nonne, Zii e Zie e chi più ne ha più ne metta sfileranno per le vie di Cascine Vica accompagnati da gioia, risate e tanta bella musica.

 

Quindi il 10 Febbraio ci sarà il Gran Ballo in Maschera presso il Ristorante "La Sorgente" di Rivoli in Corso Susa 314/35 (fronte Auchan) dalle ore 20.30 .

Tutti assieme si mangierà, si berrà, si ballera e alla fine saranno premiati i costumi più belli.

L'entrata costa 5 € (Gratuito per i bambini fino a 12 anni).

 

Sabato 18 Febbraio sarà una giornata densa di appuntamenti: si comincerà alle ore 14.00 con la Sfilata del Conte Verde per le vie del centro storico di Rivoli, e si proseguirà con il Palio dei Quartieri alle ore 15.30 in cui si fronteggeranno tutte le borgate in una giostra di sfide tipicamente medievali.

 

Eccoci arrivati quindi a Domenica 19 Febbraio.... alla Grande Sfilata dei Carri Allegorici.... certamente non è questo il luogo nè il momento di svelarvi quali saranno i partecipanti.... possiamo dire che Carri spettacolari saranno nostri ospiti per questa Grande Sfilata. Sono invitate tutte le persone dagli 0 ai 105 anni ed oltre.... e non sono invitati tristezza, malumore e malinconia.... perchè la Grande Sfilata sarà un momento unico di gioia... festa... allegria.... serenità !!!!

 

Si concludono gli eventi il 2 Marzo con la Cena dei Conti presso la Cascina Branca in Strada Moncalieri a Tetti Neirotti - Rivoli dove i Conti Verdi e le Contesse di ogni epoca, accompagnate dalle dame di corte e dai nobiluomi, parteciperanno ad un cena tipicamente trecentesca... con prelibati antipasti, deliziosi primi e succulenti piatti di carne... il tutto ovviamente accompagnato da acqua fresca di sorgente e/o eccellenti vini piemontesi.

 

Quindi... che dire ancora.... vi aspettiamo numerosi !!!!

 

Per qualsiasi informazione potete trovarci nei nostri uffici in Via Allende a Cascine Vica dal Lunedì al Sabato dalle 9.00 alle 14.00 oppure potete telefonare al numero 3387583345.

 

A PRESTO !!!!!!!!!!!!!

 

:-)

 

Anche quest'anno l’Associazione di Promozione Turistica - Pro Loco di Rivoli annuncia che è in corso l’organizzazione per giovedì 5 Gennaio 2012 l’iniziativa del Presepio Vivente a Rivoli.

Ecco dunque il programma della manifestazione.

Il programma prevede una sfilata per le vie della città: partenza da Piazza Bollani dove sarà allestita una postazione dell’epoca adiacente alla casa di Babbo Natale;

proseguimento per Via Santa Croce;

arrivo in Piazza Matteotti e nel gazebo della pizzeria di Cipponet ci sarà un’altra postazione con i mestieri;

proseguimento per Via F.lli Piol;

sosta alla Casa del Conte Verde per il proclama di Re Erode;

proseguimento sino a piazza Garibaldi dove sarà allestita un’altra realtà dell’epoca, tipo distribuzione vino cotto;

il corteo sfilerà ancora  lungo via Piol, e all’altezza del N. 43 nella rientranza naturale si allestirà un mercatino di spezie sempre dell’epoca, per poi terminare nella piazza della Chiesa Santa Maria della Stella dove ci sarà la Natività e l’arrivo dei Re Magi.

 

Vi Aspettiamo numerosi... e vi ricordiamo che se voleste partecipare come figuranti per quest'anno e per il prossimo fateci visita nei nostri uffici a Cascine Vica... oppure chiamate la nostra Presidente al numero 3387583345.

 

 

BUON 2012 A TUTTI !!!!! BUON 2012 A TUTTI !!!!!

Rivoli ospiterà, per la prima volta, nel 2012 il Ballo delle Debuttanti.

L’evento è organizzato dal Comitato del Ballo delle Debuttanti, una sinergia dei Lions Club Rivoli Castello, dell’Associazione Promozione Turistica Pro Loco Rivoli, delle Dame Patronesse della Croce Verde di Rivoli e con il patrocinio dall’Amministrazione Comunale.

L’iniziativa mira a conservare una storica tradizione militare nata proprio nella Scuola di Applicazione di Torino e radicata nella cultura sociale locale come evento di eccellenza e di legame della collettività militare con quella civile, facendo assaporare anche alle ragazze di estrazione sociale diversa il sogno di debuttare in società.

L’evento avrà scopo benefico e con il ricavato verrà acquistata l’attrezzatura di sollevamento per portatori di handicap da collocare sul mezzo donato dall’Associazione Lions Club Rivoli Castello alla Croce Verde di Rivoli.

Il Ballo delle Debuttanti si svolgerà sabato 21 aprile 2012 presso la Caserma Ceccaroni di Rivoli, grazie alla disponibilità del Comandante del Primo Reggimento di Manovra alpino col. Giuseppe Bosco, e parteciperanno ragazze, rivolesi e non, di età compresa tra i 17 e 20 anni.


Le iscrizioni dovranno pervenire entro il 30 novembre 2011.

Per informazioni  e iscrizioni rivolgersi a:


Renato Scarfò
(Referente Comitato) 335438786
Carolina Pettiti (Presidente Lions Club Rivoli Castello) 3356245923
Maria Amprimo (Presidente Pro Loco Rivoli) 3387583345

 

Al momento del colloquio è necessario presentarsi con la scheda di selezione che potete scaricare comodamente qui sotto.

 

Scheda di selezione - Ballo delle debuttanti 2012
Documento da presentare al colloquio per la selezione delle candidate all'evento "Ballo delle Debuttanti 2012"
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La Pro Loco di Rivoli per promuovere la nostra città sarà presente con lo stand culturale alla grande manifestazione che si terrà il giorno 8 – 9 ottobre a Torino in Piazza Castello e Giardini Reali.

Sabato 8 alle ore 15,00 sfilerà il suo gruppo storico Amedeo VI detto il Conte Verde composto da una trentina di figuranti. A tale proposito si ricorda che qualsiasi persona volesse far parte di questo importante gruppo storico dovrà rivolgersi presso la nostra sede in Via Frejus, 40 bis oppure telefonare al n.  011 9561996.

Il giorno 7 ottobre arriveranno al Castello di Rivoli per visitare in esclusiva la mostra d’arte contemporanea “Arte Povera International” le Pro Loco d’italia che saranno accolte dai nostri volontari e dal gruppo storico. Al termine della visita offriremo loro un rinfresco e un omaggio a ricordo della visita alla nostra Città.

Ringraziamo il Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli e l’amministrazione Comunale che ci ha permesso di allestire questa manifestazione.

 

Quest'anno la Pro Loco di Rivoli è lieta di annunciare la sua partecipazione e collaborazione ad un'edizione speciale dell'evento Paesi in Città - Pro Loco in festa, in occasione del 150° Anniversario dell'Unità di Italia che si terrà nei giorni 8 e 9 Ottobre 2011 a Torino, Prima Capitale d'Italia e Simbolo dell'Unificazione.

Tale evento oltre che ospitare tutte le Pro Loco provenienti da ogni angolo del nostro Belpaese, farà da cornice ad un importante Convegno organizzato dall'Unione Nazionale Pro Loco d'Italia nel quale saranno presenti migliaia di volontari, i Rappresentanti Nazionali, Regionali e Provinciali delle Pro Loco e tutte le Istituzioni Piemontesi.

 

Qui di seguito troverete il Programma dettagliato di tutti gli appuntamenti di Pro Loco in Festa:

 

SABATO 8 OTTOBRE 2011:

  • Ore 12.00 - Piazza Castello: Inaugurazione della Manifestazione
  • Ore 12.20 - Viale Primo Maggio: "Paniere dei prodotti tipici" - "Strada Reale dei vini torinesi" ; Prodotti tipici regionali: L'eccellenza in Piazza
  • Ore 12.30: Apertura stand culturali ed enogastronomici
  • Ore 14.00 - Giardini Reali (Area Spettacoli): Festival del folklore italiano: canti e balli della tradizione popolare. Presenta: ELIA TARANTINO
  • Ore 15.00 - Piazza Statuto: Sfilata della bande musicali e dei gruppi storici di "Viaggio nel tempo" e "Rievocazioni storiche in piemonte" (Ritrovo: Piazza Statuto, percorso: vie del centro storico con arrivo ai Giardini Reali)
  • Ore 16.30 - Giardini Reali (Area Spettacoli): Esibizione delle bande musicali e dei gruppi storici intervenuti
  • Ore 20.30 - Piazza Castello, Giardini Reali (Area Spettacoli): Festival del folklore italiano: canti e balli della tradizione popolare. Presenta: CARLOTTA IOSSETTI

 

DOMENICA 9 OTTOBRE 2011

  • Ore 10.20 - Viale Primo Maggio: "Paniere dei prodotti tipici" - "Strada Reale dei vini torinesi" ; Prodotti tipici regionali: L'eccellenza in Piazza
  • Ore 10.00: Apertura stand culturali ed enogastronomici
  • Dalle Ore 11.00 alle 16.30 - Giardini Reali (Area Spettacoli): Festival del folklore italiano: canti e balli della tradizione popolare. Presenta: ELIA TARANTINO
  • Ore 15.00 - Piazza Statuto:  Sfilata della bande musicali e dei gruppi storici di "Viaggio nel tempo" e "Rievocazioni storiche in piemonte" (Ritrovo: Piazza Statuto, percorso: vie del centro storico con arrivo ai Giardini Reali)
  • Ore 16.30 - Giardini Reali (Area Spettacoli): Esibizione delle bande musicali e dei gruppi storici intervenuti
  • Ore 19.30: GRAN FINALE: Ensemble delle Bande Musicali e chiusura della Manifestazione.

 

Per ulteriori informazioni ed aggiornamenti potete consultare il sito intenrnet dell'evento: http://www.torinounpli2011.it

 

 



 

 

RIVOLIPOESIA

 

        

Programma


 

11 Giugno


 

Ore 15 : Incontro a Tre

Interverranno la poetessa Mirka Corato e il poeta Giovanni Chiellino introdotti da Carlo Bertero

 

Ore 17.30 : Presentazione Poetica a cura della Neos Edizioni,

interverranno i poeti Giuseppe Altadonna, Giovanni Teti, Danilo Torrito


 

12 Giugno


 

Ore 14.30 : Incontro con il poeta Armando Santinato

 

Ore : 16.30 : 40 anni senza Jim Morrison, le sue poesie trattate da RadioAttiva

 

Ore 18 : Poeti Dialettali presentati dalla Manifattura Torino Poesia

Interverranno i poeti Gianni Marchetti, Carlo Molinaro e la poetessa Francesca Tini Brunozzi 

 

 

Evento organizzato dalla Pro Loco di Rivoli e dall'Associazione Cultirale Gi. Emme

 

 

 

 

IL 4 GIUGNO, CASA DEL CONTE VERDE, PREMIAZIONE DEL PREMIO DI POESIA E NARRATIVA DI RIVOLI, ORE 15.

 

VI ASPETTIAMO

 

 

 

LA PRIMA PARTE

 

Sezione : B – Narrativa

 

BRUNO BIANCO

VIA DELLA GUARDIA 6

14048 MONTEGROSSO D' ASTI (AT)

TEL : 0141/953205 - 349/1254474

LUOGO E DATA DI NASCITA : ASTI - 28/4/66

                                                                         B. BIANCO

 

 

Che meraviglia guardare la costa che si allontana, la Lanterna che somiglia ad una matita, il diadema delle luci e le montagne che svaniscono nella foschia… Non ero mai stata in crociera prima d’ora, certo che una nave di queste proporzioni, così elegante, così bianca, suscita emozioni intense. La mia roba è già sistemata in cabina, mi guardo intorno sul ponte, lui non si vede… ah sì, eccolo! Stiamo per scendere a cena. La sala è immensa, come tutto il resto, e luccicante, con tanti tavoli rotondi.

Sono la solita sfigata: mi hanno sistemato con una famigliola con bambini, che dopo soli dieci minuti farei volare fuori bordo, una befana danarosa evidentemente in caccia, a meno che la preda non sia lei, e una coppia gay che son gli unici con i quali riesco a conversare serenamente, intelligenti e garbati. Ad un certo punto sento una scarica di adrenalina: non ho dimenticato niente? Apro la mia trousse di raso e controllo senza farmi notare: sì, ho tutto quello che mi serve…”.

-Come mai una signorina giovane e carina come lei va in crociera da sola? Non ha un marito, un fidanzato o anche solo uno spasimante?-

-Tutti quelli che avevo mi hanno lasciato per correre dietro alle befane danarose che vanno in crociera da sole!-

E con questo la befana è sistemata; adesso devo mettere in riga i bambini e i loro insulsi genitori che non sono capaci di insegnare le buone maniere.

-Bambini smettete di dar fastidio alla signorina che mi fate fare proprio una brutta figura.-

-Non si preoccupi signora e riempia pure i suoi figli di tutte le sberle che meritano; io non mi formalizzo per certe cose.-

E adesso che mamma, papà e figli mangiano il loro dolce senza nemmeno più alzare la testa dal piatto, io posso finire con tranquillità il mio e fare due parole con la coppia gay che si sta divertendo un mondo per la mia finta cattiveria verso i disturbatori del tavolo.

Poi lo vedo alzarsi, salutare con eleganza i suoi compagni di tavolo e dirigersi verso il fondo del salone; allora mi alzo anch’io e saluto con un sorriso la coppia gay e con un grugnito il resto del tavolo.

Lui esce dal salone e io lo seguo tenendomi a una decina di metri; prende le scale del ponte, sale di un piano e io sempre dietro. Mi sembra un instancabile camminatore, o forse un anima in pena, o forse tutte e due le cose; sale ancora di un piano e sul ponte si dirige verso prua. Finalmente si ferma a guardare l’acqua nera della notte, appena appoggiato al parapetto che lo separa dal mare. E’ il mio momento; decido di usare un vecchio e banale trucco da film che si adatta perfettamente alla finzione della vita di crociera.

-Mi scusi ma a forza di camminare in questo labirinto devo essermi persa; può essere così gentile da aiutarmi a ritornare al salone della festa?-

Lui si volta tra lo stupito e l’ infastidito; certo che è davvero un bell’uomo e i capelli sale e pepe dei suoi sessant’anni lo rendono ancora più attraente.

-Torni indietro da questo lato e prenda la prima scala che incontra sulla sinistra; scenda di due piani e vedrà sulla destra le luci del salone.-

Al corso di recitazione dei tempi del liceo ho imparato che per piangere basta pensare con intensità a una situazione di grande impatto emotivo e io non faccio fatica a farlo.

-La ringrazio e mi scusi se l’ ho disturbata.-

I miei occhi sono ormai lucidi e lui non può non notare le lacrime che stanno annacquando il rimmel che avevo messo con tanta cura prima della cena.

-Si sente bene signorina? Forse è meglio che aspetti un attimo prima di rientrare nel salone.-

-Non è niente di grave. E’ solo che forse non è stata una buona idea venire in crociera da sola per lasciarmi alle spalle i segni di ferite troppo recenti.-

Ormai le lacrime mi attraversano spietate le guance e mi lasciano ridicole strisciate di rimmel dagli occhi fino al collo; ma l’importante è aver scardinato la freddezza di quell’uomo così affascinante.

-Prenda il mio fazzoletto; non le servirà per le sue ferite recenti, ma almeno la leverà dall’imbarazzo di farsi vedere in questo stato da un perfetto sconosciuto quale io sono per lei.-

Affascinante e gioviale; sono sempre più convinta che sto facendo la cosa giusta. Adesso lui si presenta e in pochi minuti ho già messo via il fazzoletto sporco di rimmel che prometto di rendergli nella giornata di domani; si stacca dal parapetto e mi dice che anche lui è da solo in crociera per lasciarsi alle spalle delle ferite recenti come le mie. Parliamo e camminiamo; camminiamo e parliamo. Restiamo sempre nella parte più periferica della nave perché a me non va di incontrare gente; lui lo ha capito e mi cammina di fianco come chi vuole proteggerti dai pericoli che ti stanno intorno.

-Sono più delle due! Saremo anche in crociera, ma come prima serata direi che può andare.-

Dopo avere disceso e salito decine di scale esterne della nave, ora siamo uno di fronte all’altra in quello che nella mia ignoranza nautica chiamo il piano terra della nave; alla nostra destra il parapetto ci protegge dal mare e riusciamo a vedere con chiarezza le onde grazie alla luce generosa che la luna spande tutto intorno.

-Se le andasse, domani sarei lieto di pranzare con lei.-

-In questo momento non me la sento di prendere impegni per la colazione, figuriamoci per il pranzo. Se vuole però mi lasci il suo numero di cellulare; prometto di chiamarla prima di mezzogiorno.-

Apro la mia trousse di raso anche se so bene di non avere dentro né la biro né un foglio di carta, ma tanto lo so che sarà così premuroso da pensarci lui; scrive il numero sul biglietto e adesso che me lo porge è davvero vicino, mentre i suoi occhi mi lanciano uno sguardo che sa essere allo stesso tempo paterno e sensuale. Io continuo ad armeggiare nella trousse, ma sento che ormai ho deciso; la sua faccia mi è vicina, i suoi occhi mi sono vicini, la sua bocca mi è vicina…

 

Mi sveglio che la cabina è illuminata da un sole avanzato; guardo l’ora e vedo che è quasi mezzogiorno. I miei vestiti sono buttati alla rinfusa sulla poltrona; faccio la doccia e mi vesto con una lentezza che non ricordo di avere mai avuto. Prima di uscire per il pranzo ho ancora un’incombenza; apro la trousse e mi assicuro che ci sia ancora la bomboletta spray con l’etere. Gliene ho fatto respirare più di metà, come quando continui a spruzzare l’insetticida sullo scarafaggio anche se vedi che è già completamente stecchito; d’altronde per prenderlo di peso e buttarlo in mare al di là del parapetto non potevo permettermi che fosse tanto sveglio. Sono anche soddisfatta perché prima che crollasse ho potuto urlargli nelle orecchie il mio nome in modo che capisse bene chi ero; poi la luna ha illuminato quel corpo che nel vuoto ha fatto quattro giri su se stesso prima di sbattere sull’acqua dura del mare.

Il primo è per tutte le volte che è entrato nel mio letto dicendo che la mamma era contenta che lui mi mettesse le mani dentro le mutandine.

Il secondo è per tutte le volte che è uscito dalla mia stanza per rientrare nel letto della mamma e fare l’ amore con lei che pensava quanto era stata fortunata ad aver trovato un uomo così affettuoso dopo un matrimonio tanto disgraziato.

Il terzo è per tutte le volte che si è ripetuto con altre bambine di dieci anni, figlie di donne vedove o divorziate sedotte da un uomo che quando si stufava delle figlie non aveva più nessun motivo per restare con le madri.

Il quarto è per tutte le volte che in questi vent’anni ho dovuto aspettare prima di trovare l’occasione giusta, perché non vale la pena finire in galera per aver schiacciato uno scarafaggio e siccome il delitto perfetto non esiste bisogna avere la pazienza di aspettare l’occasione buona che nella vita prima o poi arriva visto che c’è sempre una giustizia a questo mondo.

-Mi scusi signorina, ma i miei due bambini avrebbero qualcosa da dirle.-

Ad aspettarmi sul ponte c’è tutta la famigliola a scusarsi per il comportamento dei bambini alla cena della sera prima.

-Volevo scusarmi, signorina, per la mia impertinenza di ieri; non ho l’abitudine di mettere il naso negli affari degli altri, ma forse mi sono fatta prendere dal clima di confidenza che nasce in queste situazioni.-

Anche la befana nella notte sembra aver riflettuto sulle regole della buona creanza.

Io accetto le scuso di tutti e do appuntamento al tavolo tra qualche minuto; incrocio la coppia gay che mi saluta senza aver bisogno di scusarsi di niente e vado oltre, nel punto esatto dove stanotte si è chiusa la prima parte della mia vita. Apro la trousse di raso, prendo la bomboletta e la butto tra le onde del mare; mentre chiudo la cerniera vedo che è rimasto il biglietto con il suo numero di telefono. Lo prendo e inizio stracciarlo con ordine e rigore, in due, in quattro, in otto; poi apro il pugno e i ritagli cadono nel vuoto, oscillando con precisa lentezza. Resto a guardare fino a che l’ultimo coriandolo non scompare nello strato più profondo dell’acqua; chiudo la trousse e sorrido.

La prima parte della mia vita finisce; adesso inizio la seconda. Appoggiata sull’acqua dura del mare.

 

 

 

LA NAVE DEI VAGABONDI

 

 

Il lungo suono della sirena interruppe la paura che quel giorno, il primo dopo l’imbarco, la fame potesse diventare l’argomento principale delle discussioni che accompagnavano fino alla notte l’ondeggiare della barca. Io non me ne accorsi subito, ma soltanto perché non conoscevo ancora la cantilena di quei lamenti che percorrevano avanti e indietro la piattaforma di legno scuro screpolata dalla nebbia e dalla salsedine.

         La prima sensazione di trovarmi lontano da casa fu lo spavento che mi assalì quando mi resi conto che dovevo spostare la mia valigia per metterla al riparo dalla furia brulicante di cento e cento piedi che la urtavano tutt’intorno, rumorosi e frenetici a rincorrersi verso uno stanzone sottocoperta che le divinità benevole del mare avevano allestito con sei file di panche in mezzo al vapore dei pentoloni con la zuppa di fagioli. Compresi subito che quel bagaglio conteneva le uniche cose che mi appartenevano veramente, mentre tutto il resto faceva parte di un patrimonio collettivo da condividere con tutti gli altri emigranti secondo una regola che assegnava a ciascuno di noi la stessa quota di illusioni, di vomito e di nostalgia.

Il risveglio mi aveva sorpreso poche ore prima con il senso di rabbia e di impotenza di chi sa che non si può tornare indietro e con la certezza che la scia di quella nave non avrebbe smesso di inghiottire e risputare il mare aperto e di allungare la distanza che ormai mi separava da Virginia. Il gusto ancora impastato dalla sbornia e il peso sullo stomaco erano gli stessi della sera prima in osteria, quando stavo in mezzo a tutti i coscritti e ai giovanotti del paese che festeggiavano il mio addio al celibato.

Il momento più amaro fu quello in cui il primo tramonto spalancò davanti a me e a quel manipolo di spavaldi naviganti una porzione gigantesca del creato, quando sentii rimbombare nelle tempie le minacce dei miei fratelli che volevano impedirmi il matrimonio:

“Sei toppo giovane per sposare quella donna”,

“Non ti permetteremo mai di regalare il nome dei Caverzan a una contadina”,

“Tu devi dimenticarla. Te lo metteremo in testa a qualunque costo, anche se dovessimo costringerti a partire per le lontane Americhe”.

In quell’istante ebbi la certezza che non avrei più rivisto la mia Virginia, e che avrei trascorso quella sera di sabato contando le ore che mancavano all’inizio della messa e al saluto agli invitati sul piazzale della chiesa, o vagando per la nave a cercare se restava ancora un posto dove distendermi in compagnia delle stelle, un angolo che riuscisse a proteggere la mia anima, almeno per una notte, dall’angoscia a cui la costringevano un’immensa solitudine, l’odore di petrolio e la paura dell’oceano.

 

Rino Caverzan si rigira tra le mani il libretto con il racconto del suo viaggio intitolato “La rotta imprevedibile”, ma non osa sfogliarlo per paura di fare una ruga o un’orecchietta su quel cartoncino blu così pulito, o forse di scoprire qualche errore scampato allo zelo del correttore e a ciascuna delle sue infinite riletture. L’immagine di copertina è quella della piazza di Mirano, una copia senza cornice della cartolina in bianco e nero che negli ultimi vent’anni non si è mai mossa dalla sua posizione un po’ di sbieco esattamente al centro del davanzale sul camino in stile barocchetto.

E’ già tardi e tra poco Susan lo chiamerà per la cena, ma Rino farà finta di niente perché vuole fermarsi ancora qualche minuto nel suo posto preferito: in mezzo al cerchio dei cipressi sulla collina che domina la schiera delle casette vittoriane. E’ ancora seduto sulla panchina che due anni fa ha battezzato il suo primo, timido tentativo di rovesciare una valanga di ricordi nella facciata bianca sul retro di un volantino, che aveva scelto nel mucchio delle pubblicità e delle bollette del telefono per evitare di sprecare un foglio nuovo.

Per la prima volta Rino si sente fiero della sua creatura che sa ancora di tipografia, il riassunto in prima persona singolare dell’avventura che cinquant’anni fa consegnò un giovanotto di buona famiglia e una valigia chiusa con lo spago alle coste della Nuova Zelanda e a un avvenire che non era ancora incominciato. Adesso, prima di alzarsi dalla panchina, vuole rileggere almeno il capoverso che c’è in fondo a pagina trentuno, quello che lui teneva già scritto in qualche posto dell’inconscio fin dalla prima sera dopo Gibilterra.

 

Non sapevo ancora quanto sarebbe durata la traversata, perché all’ora dell’imbrunire, dopo che tutti erano riusciti a sistemarsi la coperta in qualche cantuccio riparato dall’aria umida della notte, nella moltitudine degli sguardi malinconici il mio era l’unico che non si allungava oltre la prua per misurare la distanza dall’orizzonte. Io me ne stavo sempre nello stesso posto con gli occhi incollati alle scialuppe, mentre gli altri erano tutti appoggiati al parapetto per abituarsi a ricercare il punto luminoso del primo faro che avrebbe segnalato l’avamposto della terra destinata ai coraggiosi e ai vagabondi. Guardare avanti era il rito serale dei cercatori di fortuna, ed ogni volta che i naviganti lo celebravano qualcuno di loro pensava che per salire su quella nave era valsa certamente la pena di vendere l’onore, qualche mobile o il più prezioso dei gioielli di famiglia.

 

E’ proprio ora di rientrare. Susan lo sta aspettando, e poi quella sera le deve domandare che cosa ha risposto il prete della chiesa di Runanga quando lei lo ha informato che suo marito il professore, quello che discende da una famiglia di commercianti di Venezia, ha pubblicato il romanzo dei suoi ricordi e vorrebbe proprio leggerne qualche passo agli italiani che si ritrovano la domenica pomeriggio nella sala parrocchiale.

Quel lungo raccontare ha sciolto tutti i rimpianti che dissuadevano Rino dal ripensare alle sue origini lontane e gli ha restituito la memoria della follia e dell’audacia di chi ha viaggiato per trovare un’altra patria, ma solo adesso, dopo tante serate in compagnia di una penna e di un quaderno, lui può contemplare il suo capolavoro dietro gli occhiali che nobilitano la stempiatura sul volto pallido e affilato.

Sono quasi le otto quando Rino si incammina per la discesa verso casa, lungo il sentiero che passa tra la siepe e uno steccato di legno. Il cancelletto del suo cortile è poco più in basso e si riesce già a intravvederlo dopo la curva. Ora tiene il libro contro la pancia, nella posizione più favorevole per sentire il batticuore che scolpisce il ritmo dei suoi passi e per convincersi che scrivere è l’unico rimedio di cui dispone il cuore di un oriundo quando vuole distillare un po’ di buon umore dal pensiero che ritorna ai lunghi giorni a bordo di un traghetto.

Rino ha incominciato a scrivere per capire se si poteva perdonare la cattiveria che lo attendeva quella notte in cui bevette troppo, perché alla fine di ogni bicchiere c’era sempre qualcuno che gliene versava ancora un po’. La sua memoria si fermava lì, alle bottiglie di grappa e di prosecco nella taverna del paese due giorni prima delle nozze, ma una lettera di sua sorella Teresa, qualche mese dopo l’arrivo in Oceania, riuscì a dissolvere i suoi dubbi con il racconto di una coperta che lo avvolse immobile quando lui crollò nel sonno in mezzo agli invitati, di un viaggio silenzioso nella notte tra le cataste di legna sul furgone, dei due fratelli che trasportarono il suo corpo inerte e addormentato sulla scaletta del Regina Margherita fino a depositarlo sul ponte di prua, nel punto da cui era più difficile voltarsi per rivedere il bel sorriso di Virginia e la laguna.

Attraversare il mare è la scommessa audace e selvaggia che alimenta il senso dell’ignoto nello spirito di tutti gli emigranti, ma l’idea di salvezza che consacra il giorno dello sbarco resta sempre, anche in fondo all’universo, il conforto più sincero per chi ha accettato senza esitare le soluzioni necessarie del destino e per chi ha già capito che non basterà la vita intera per avere ancora voglia di tornare all’altra riva. Rino non è mai tornato, ma prima di ogni Natale ha mandato un bigliettino a sua sorella che lo aspettava in capo al mondo. Anche domani lui entrerà di buon mattino nel salone della posta di Runanga e affiderà ad un pacchetto con un libro e un bigliettino il compito di percorrere al suo posto le rotte del Pacifico per trovare qualche rimedio alla mancanza di coraggio e alla curiosità di immaginare il volto di una figlia che ha lasciato al suo paese, in grembo ad una donna sola sul sagrato della chiesa.

 

“A Rina,

che troverà tra queste pagine le ragioni del silenzio che è durato mezzo secolo e di un segreto da conservare insieme al nome di suo padre, al sangue e al desiderio di salire su una nave.

Runanga, New Zealand, 11 dicembre 1984”

 

 

 

 

 

 

 

 

Paolo Camera

Via Paolini 8 - 10138 Torino

Tel. e fax: 011 4476950

Cell.: 349 4161147

E-mail: paolocamera@hotmail.com

 


La casa del perdono

 

Cara Mavì,

negli ultimi tempi mi capita spesso di pensarti e ho deciso di seguire le rare tracce che ho di te per raggiungerti. Sono segni, immagini in bianco e nero, perlopiù sfocate, ma molto chiaramente ti ricordo nel giorno della tua partenza da casavecchia.

La mattina eri per mano a tuo padre; andavate verso la collina. C’era vento e tu sembravi una bandierina, i capelli scomposti e il vestito bianco che non riuscivi a trattenere con le mani. Al ritorno eri più allegra del solito e correndo sei entrata nella stanza dei giochi. Ti sei seduta in terra e prestavi alle tue bambole una vocina sottile quando sono venuti a dirti che si doveva partire, andare via per sempre. Ti sei alzata in piedi dopo qualche minuto e sembravi un’altra. Penso alle farfalle quando lasciano la tenera larva e devono mettersi a volare.

Guardavi la stanza con una specie di speranza negli occhi, mentre la tua bambola vestita da sposa è rimasta per terra, con le braccia spalancate, e mi pare che debba essere ancora lì, sul pavimento.

Il giorno del mio matrimonio avevo un vestito che somigliava a quello, e ti sarebbe piaciuto molto. C’erano ricami, fiori e merletti. Era così ricco che mi pesava trascinarmelo addosso. C’è stata la musica e tanti fiori. Quel giorno è stato molto felice il più felice della mia vita, così non ce ne sono stati altri, mai più. Chissà se tu sei felice e se potrai rispondermi.

 

Cara Maria,

ho imparato a scrivere e mi piace tanto. Mi piacciono le matite, il pennino che bisbiglia sul foglio, le macchie dell’inchiostro sulla carta assorbente.

Il giorno che sono partita da casavecchia è cominciato con molte magie e sembrava un giorno bellissimo. La magia più grande era il vento che faceva danzare il grano alto sui campi, i cespugli e gli alberi. Io potevo chiudere gli occhi perché mi guidava la mano del babbo, finché non siamo arrivati ai nostri alberi che all’improvviso, per un’altra magia,   non erano più bianchi di fiori ed erano diventati rossi di frutti. Tra i rami cinguettavano gli uccelli, ma noi non li vedevamo e la loro voce sembrava quella degli alberi. Lui ha cercato di mandarli via quando li ha visti beccare le lucide ciliegie che piacevano tanto anche a me. Ha piantato sulla terra due bastoni e in cima ai bastoni un vecchio cappello. Ha detto che questo li avrebbe spaventati a morte e sarebbero volati altrove. Lui è anche salito sull’albero e mi ha portato con sé. Da lassù si vedevano le colline, dove finiva il mondo, ma oltre c’erano ancora paesaggi che potevamo immaginare. Abbiamo mangiato dolcissime ciliegie e alcune le ho messe sulle orecchie. Lui mi diceva che così ero molto bella. Sulla strada del ritorno c’inseguivano le ombre, si fermavano se noi ci fermavamo e correvano se correvamo, ma noi eravamo invincibili e le ombre davanti casa sono scomparse. A casa c’era la mamma che ha abbracciato lui e mi ha mandato a giocare.

Finché non sono tornati a dirmi che dovevamo andare via, per sempre.

Ho pensato che mi avesse colpito uno sparo. Credo che fosse in quelle due piccole parole: per sempre, e chi è colpito non può parlare, ne piangere, né capire. Quando siamo partiti, anche la casa era piena di silenzio, le oche che passeggiavano nell’aia erano mute e i nonni erano impietriti vicino al cancello. Pensai che lo sparo avesse colpito anche loro e che, sotto gli abiti scuri, rivoletti di sangue rosso vivo rigassero il corpo odoroso di cannella della nonna, quello odoroso di sigaro del nonno.

La casa di città si chiama seminterrato, è piccola e con i soffitti molto bassi. Odora di bagnato e quando ho detto che non mi piaceva il babbo ha detto che non ci resteremo a lungo e mi ha portato fuori per mostrarmi il cielo; era solo un pezzo d’azzurro che si rompeva addosso ai tetti, ma oltre i muri dei palazzi era comunque infinito e bisogna continuare a immaginare le cose che non si vedono. Ho conosciuto le persone che abitano nelle grandi case di questo palazzo. La signora contessa è all’ultimo piano. Nella sua casa c’è un pianoforte e nient’altro. E’ povera e non avrebbe da mangiare se la mamma non preparasse la cena per lei. Io gliela porto e resto con lei mentre suona delle canzonette. Lei le chiama così. Quando suona, sorride e fa ballare la sua testa bianca. Dice che deve insegnarmi a suonare.

La signora del terzo piano è molto bella, ha dei bei vestiti e sua figlia è una bambina bionda, bella come lei. Io le ho detto il mio nome e le ho chiesto il suo, ma lei si è stretta alla sua mamma e non mi ha risposto. E poi la signorina che abita al primo piano. Lei la conosco meglio degli altri perché la sua finestra è di fronte alla nostra, sul cortile, appena un po’ più in alto, ma ci possiamo vedere bene. Per la verità, la sua finestra ha sempre le tende chiuse ma quando le apre, mi fa un fischio, si accende una sigaretta e ci mettiamo a parlare.   Ci sono anche tante altre bambine in queste case. Quando escono, giocano insieme ed io dalla mia finestra vedo i loro piedi e sento le loro voci. Vorrei andare anch’io, ma la mamma dice che non posso. Non c’è un perché.

 

Cara Mavì,

mi pare di vederti in quella piccola casa di città odorosa di muffa.  

Anch’io vivo in una città grande, nella casa del mio matrimonio. E’ casa del silenzio. Lui ed io un giorno abbiamo finito le parole, abbiamo finito i sorrisi e persino gli sguardi. Ci sono stati giorni di grida, poi è andato via per sempre. Dirci addio è stato come spararci addosso. Sono stata dalla mamma per un po’. Lei ha detto che potevo restare ma il suo sguardo era severo. Da quando il babbo è andato via, è diventata ancora più severa. Però ora mi fa tenerezza. Ha la sua immagine in un ciondolo e parla con il ciondolo sottovoce. Temo che si ammalerà nella testa e forse dovrei aiutarla. So che dovrei abbracciarla ma non posso. E’ troppo tardi o non è ancora il momento per quell’abbraccio. Di notte mi stringe il senso di colpa e ho perso la voglia di sognare. Sono sola e non m’importa di nessuno. Ho smesso di lavorare, ho smesso di fare molte cose, ho coperto le mani con le maniche della maglia e non so come altro spiegarti che vivo in una lunga sosta della vita. Tutto ciò che vivo, accade per caso. Accade e cade.

 

Cara Maria,

mi dispiace per il colpo che hai dovuto sparare. In quanto all’abbraccio, anch’io aspetto che la mamma venga ad abbracciarmi di notte. Fingo di dormire e aspetto. Ora so perché viviamo in questo posto e non ne ho più vergogna: dipende dal fatto che siamo poveri. Così mi hanno detto e per questo motivo le bambine dei ricchi non potevano giocare con me. Improvvisamente però è cambiato qualcosa: dal giorno in cui ho fatto il compito della bambina bionda che sembra una bambola. Ora le bambine dei ricchi possono invitarmi a casa loro o venire a studiare accanto a me. Io faccio i loro compiti molto in fretta. Ormai faccio i compiti per molte bambine e le loro mamme sono molto gentili con me. Anche la maestra è diventata molto buona. E’ una donna vestita di nero e piuttosto triste. Credo che abbia paura dell’ispettore che deve arrivare presto a scuola. Pare che sia un uomo severo che ci farà delle domande molto difficili. La maestra mi ha chiesto se potrò essere io a rispondere. Se ne avrò il coraggio.

Non so cos’è il coraggio, ma ho detto alla maestra che risponderò all’ispettore. Il babbo dice che è felice perché io sono molto brava e qualche volta, ho il permesso per uscire a giocare. Ogni sera vado dalla signora contessa perché ho cominciato a fare gli esercizi e a studiare. Non facciamo più canzonette. Dice che dobbiamo fare sacrifici. Mi guarda con gli occhi attenti, la bocca serrata, le mani congiunte e alla fine annuisce, finalmente sorride. Suonare non mi piace, tranne che in quel momento.

Intanto è successo qualcosa alla signorina della finestra di fronte. La mamma ha detto che non posso parlare più con lei e non posso chiedere perché. Però so che nessuno la vuole in questa casa e la manderanno via.

Ho fatto un fischio per chiamarla ma lei non ha aperto la finestra. Ha scritto ciao sul vetro appannato. In questo palazzo le cose vanno così.    

 

Cara Maria,

forse la tua sosta sarà lunga e continuerai a non cercarmi, ma penso che non ti dispiacerà se ti faccio una sorpresa con questa lettera. Ho tante cose da raccontarti. Quest’anno finisco la scuola elementare e come ogni anno è arrivato in classe l’ispettore. E’ un uomo calvo che somiglia al nonno. Le sue domande erano molto facili e, quando sono finite, ho avuto un premio: una medaglia di smalto blu. La maestra ha pigiato la spilla sul mio grembiule e mi ha punto. Ha detto che così ha impresso la medaglia sul cuore ed io non dimenticherò di fare sempre il mio dovere. Il babbo dice che è orgoglioso di me per via della medaglia e credo che anche a te faccia piacere questa cosa allegra mentre sei in quella lunga sosta.

La cosa triste invece è che la signora contessa è morta. Il suo pianoforte non entra nella nostra casa ed è stato portato via. Quando il babbo ha visto che piangevo, ha detto che un giorno avremo una casa grande e allora ne avrò uno tutto mio.

La cosa né triste, né allegra è invece che ho deciso di non fare più i compiti delle bambine di questo palazzo. Ho detto che ho male alle mani e le tengo sempre coperte con le maniche della maglia. Proprio come fai tu.

 

Cara Mavì,

perdonami se non ti ho più cercata, ma ho pensato a te con tenerezza. Non so quando finirà questa mia sosta. Il mio pianoforte resta chiuso, ho smesso di dare lezioni, ho smesso anche i concerti. Il senso del dovere non mi basta per ricominciare a vivere e accumulo sensi di colpa. Ma ti prego di raccontarmi di te.

 

Cara Maria,

stanno succedendo delle cose importanti nella mia vita. Il babbo ha detto che presto andremo a vivere in un’altra casa, meno umida e più grande. Non è che siamo diventati molto ricchi ma siamo un po’ meno poveri. Tutti dicono che io sono cresciuta e ora mi chiamano Maria Vittoria o semplicemente Maria. Non aspetto più l’abbraccio della mamma Lei è fatta così. Abbraccia solo il babbo e vuole che lui abbracci solo lei. E’ il senso della gelosia. Come il senso del dovere, il senso di colpa, il senso del coraggio. Ci sono molti sensi nella vita. Il babbo dice che bisogna avere il senso della libertà. Credo che abbia molto a che fare con immaginare e sognare.

 

Cara Mavì,

Avevo dimenticato come si fa a sognare, ma sapevo che ritrovarti mi avrebbe aiutato. Attraverso te ho visto la tua casa, ho sentito l’odore di bagnato, ho visto i tuoi quaderni neri con l’etichetta bianca. Sono stata orgogliosa del tuo coraggio e non mi ricordo quando ho smesso di essere coraggiosa come te, ma penso che la mia lunga sosta stia per finire. Tornerò nella nostra casavecchia. La casa del perdono. Ora è ancora più vecchia ma ci appartiene definitivamente. Ha le crepe sulla facciata, come i segni sul mio viso, ha persino i capelli. I rami degli alberi la sovrastano e sono la sua chioma. Penso che entrando sentirò odore di sigaro e cannella e il vento mi porterà la voce dei nonni che mi chiamano Mavì. Il vento è una magia, una delle tante magie possibili, dirai tu, che sei la parte migliore di me.

 

 

 

 

Alessandra Mattioli

Via Agrigento, 12 – 00161 ROMA

Tel.: 340.35.50.527

Alessandra.mattioli@uniroma1.it

alessandramattioli@alice.it

 


Nicole

«Ehi, piccolo! Hai bisogno di me?»

La sua frase classica, tutte le sere, per trasformare godimento in soldi, perché Nicole lei sì, lei ci gode, a lei piace fare sesso, lei può scegliere, lei è Nicole!

Nicole a “piccolo” arriva alla spalla «come ti chiami marinaio?» incalza non ricevendo soddisfazione.

«Non rompere bella, porta le tue grazie altrove ok?»

Non può proprio mollare Nicole, di fronte a quelle grandi spalle avvolte di giacca bretone:

«Ehi marinaio! Non pensi che una “signora” possa avere voglia di parlare ogni tanto? Qui io comando, non devo rendere conto a nessuno».

«Sono stanco bella, lasciami perdere».

«Nicole! mi chiamo Nicole, non Bella!»

« Bene Nicole: lasciami stare».

«Oh senti: Hai voglia di uscire?» continua imperterrita

«Oh cazzo, ma cosa vuoi?»

«Conoscerti marinaio! ti faccio così schifo?»

« (sospiro) Sei bella Nicole, sei bella, ma sono venti ore che non dormo, non ho un soldo, ho fame e se bevo mi passa! e mi chiamo François. Tutto ok Nicole? ça va? ora mi lasci in pace?»

Nicol sparisce per un minuto e dopo il minuto riappare avvolta da un cappotto lungo, nero, elegante.

«Vieni François! Andiamo»

«Cosa?»

«Vieni, andiamo, vieni a casa mia, mangerai, dormirai, te ne andrai. Io oggi ho finito di lavorare e tu verrai da me. Il tuo bicchiere è pagato.»

Sul volto ruvido di François un sorriso di noia divertita e incredulità «ma tu sei pazza» dice ridendo a mezza voce.

«Andiamo François? Sto a un chilometro da qui, ti muovi?»

La massa scura e marinara si alza e segue l'esile figura di Nicole che saluta facendo una smorfia al barista che le risponde con un gesto d'intesa.

La notte cammina sul porto in punta di piedi cercando di non calpestare le luci gialle dei moli.

Le due figure si allontanano dal pub da sole, ognuna avvolta nelle proprie braccia, senza toccarsi, senza sfiorarsi, nemmeno con le parole.

La casa di Nicole è una casa tra le case, colorata di arancio cupo, la porta marrone scuro, due gradini di pietra sull'uscio, neri e lisci di carbone e di tempo.

«Abito qui, andiamo.»

Appena entrati un buffetto di calore colpisce le guance di François, cinque sedie di paglia, uguali, e una rossa, di legno, lontana dal tavolo scuro; un quadro importante, odore di fumo, un divano colorato sotto la finestra, un pavimento spesso e la stufa calda.

«Stai da sola qui?» chiede stupito François.

Nicole non risponde e si avvicina alla stufa per riattizzarne il fuoco; poi prende un piatto fondo, un cucchiaio, un coltello dal manico d'osso, un pezzo di formaggio, una bottiglia di vino appena iniziata e dice:

«Siediti François!» la sua voce è di un'attrice che ha lasciato il personaggio tornando se stessa «adesso ti do anche il pane.»

François si siede e, con sguardo interessato, osserva Nicole servirgli un mestolo di brodo caldo preso dalla marmitta sulla stufa: «è di gallina, è buono.»

«Grazie.»

L'uomo si avventa sul cibo con foga, ogni tanto gli scappa un sorriso imbarazzato, mangia insieme brodo, pane, formaggio, vino e ogni tanto respira.

«Mioddio, ma da quant'è che non mangi?» fa Nicole seduta di fronte a lui

«Non so... (trangugia), da tanto però».

Nicole si appoggia allo schienale della sedia rossa, allunga le gambe incrociandole e guarda il suo ospite con tranquillità, lo osserva attentamente, ne percepisce le più recondite sfumature, ne assapora la schiettezza dei modi: “sei molto bello piccolo mio” pensa alzandosi.

«Io vado a fare una doccia, tu mangia tranquillo e, puoi restare se vuoi».

François, a bocca piena, fa un cenno col capo, Nicole sorride, scuote la testa e si allontana.

La sirena di un piroscafo bussa ai vetri, François dirotta lo sguardo verso la finestra; è sazio, è al caldo, ma si alza; con movimenti veloci si rimette il giaccone, fa per uscire, poi si ferma, si avvicina alla porta da dov'è sparita Nicole, vorrebbe almeno ringraziarla, ma, sente l'acqua della doccia e no: non resiste, spinge la porta ed entra; un piccolo corridoio, la porta del bagno è aperta, ne esce del vapore; Nicole chiude il rubinetto esce dalla tendina della doccia e si vede François davanti «Puoi aspettarmi di là per favore?» fa imbarazzata coprendosi con un asciugamano

«Oh, sì, scusa... scusami» François scappa fuori come un bimbo beccato a fregare la cioccolata

Oh... merda! Che figura di merda” pensa tornando in cucina.

Intanto Nicole lo raggiunge, ha un paio di jeans e un maglione di cotone celeste e spesso lavorato a treccia: lo guarda seria.

«Scusami per prima, è che io, sì insomma, volevo ringraziarti e... »

«Sì, sì, va bene. Ma: hai freddo?» la voce di Nicole adesso è serica e lenta.

«No, perché freddo? Anzi fa caldo»

«Hai il giaccone, te ne vai?»

«Ah! No, sì, scusa, ma stavo uscendo...»

«Te ne vai?» fa Nicole guardando fuori

«Senti Nicole, ma cosa vuoi da me? Perché io sono qui?»

«Nel senso che io voglio qualcosa, ma tu sei quello che ha bisogno? Spiegami!»

François non trova le parole, allora si toglie il giaccone e si risiede.

«Che bella notte. Il mare canta sottovoce» fa Nicole sempre guardando fuori «io voglio fare all'amore François, per questo ti ho portato con me.»

«Senti... non ho un soldo, te l'ho già detto... »

Nicole si gira infuriata: «Guardami in faccia immensa testa di cazzo, cosa vedi? dimmi: cosa vedi? una puttana? ti sembro una puttana? questi sono occhi da puttana? queste sono mani da puttana? questa ti sembra la casa di una puttana? dimmelo cosa vedi!» trattiene le lacrime a stento.

«Ma... io...» François è sconcertato «scusa Nicole, ma, non so che cosa dire, tu lì al pub...»

«E ALLORA CHE CAZZO C'ENTRA IL PUB? DIMMI COSA VEDI ADESSO! DIMMELO!» Nicole è fuori di sé.

«Smettila Nicole! Basta!»

Nicole piange.

«Non mi sembri una puttana, no, sei una donna, una donna... anche molto bella ... smettila»

Nicole piange.

«Vieni qui...» ora François la abbraccia teneramente stupendosi di sé.

Nicole piange.

Stanno abbracciati davanti alla finestra, in piedi, per tantissimo tempo, poi si accoccolano sul piccolo divano, François la tiene in braccio e le carezza i capelli, piano, piano, piano; li sveglia la sirena profonda di una nave grande.

«Devo andare Nicole. Quella è la mia nave, per Dunkerque, devo andare.»

Nicole lo guarda con gli occhi blu di una bambina assonnata, gli prende il viso tra le mani e gli sfiora teneramente le labbra con le sue: «Grazie François».

«Grazie? e di cosa?» fa lui alzandosi.

«Di aver fatto all'amore con me tutta la notte.»

«ma... Nicole... io...»

«Adieu François, buon viaggio».

Il marinaio lentamente si aggiusta il bavero del giaccone: «Adieu bella Nicole...» ed esce.

Dalla finestra lei lo guarda camminare verso i moli, piccolo punto blu-scuro tra tanti, e sussurra tra sé: «Sì! Io vivo qui da sola».

Bordeaux, 2 febbraio 1971

 

Sasso Bruno – Via Macallè, 10 – Rivoli - tel. 3289290113 – e-mail: sasso.br1@gmail.com

 


Premetto: io non sono mai nata, però so che mia nonna si chiamava Assunta e fu concepita come lo scoppio di un petardo, proprio quella notte lì, la notte dell'Assunta, quando da poco altri splendori avevano riempito il cielo, quando altre fiammate avevano colorato il firmamento con cascate e zampilli e stelle filanti. Era il '50 e c'era voglia di divertirsi quell'estate, perché il ricordo della guerra non era poi così lontano, lo vedevi ancora sui vestiti sdruciti e nelle case, a mezzogiorno, sulle tavole poco più che misere. Proprio così era l'estate del '50, con quella voglia di viverla la vita dopo averla riportata a casa, un po' logora forse, ma ancora in buono stato... E i miei bisnonni camminavano l'uno accanto all'altra, Feliciano lui, Cianetto per gli amici, e Natalina lei, e venivano giù per il viottolo della collina che dal paese portava al podere dove il mio bisnonno era mezzadro... Cianetto veniva giù canticchiando e ripetendo i passi d'una danza inventata lì per lì. Natalina, invece, era stanca, aveva in mano i sandali e trascinava i piedi un po' gonfi. Era preoccupata per il suo vestito nuovo che alla luce della luna sembrava spiegazzato e vizzo, perciò era contrariata con se stessa dopo tutto quello che le era costato in lavoro e rammendi, e sospirò Natalina, vent'anni, sospirava spesso... guardava il marito che adesso le camminava poco più avanti e lo vedeva ancheggiare al ritmo di quella musica che conosceva solo lui. Aveva i capelli lisci e lucidi di brillantina Cianetto, la camicia bianca sbottonata, il fazzoletto appallottolato in tasca e la giacca di fustagno sulle spalle... Natalina s'incupì di nuovo per un istante... “E' proprio un bambino”, pensò con stizza materna, mentre le scarpe del marito si ricoprivano di polvere...

E io so che il mio bisnonno Feliciano, Cianetto come tutti lo chiamavano, camminava nella polvere e sognava poco, per lui la vita andava presa così come veniva e in quel momento non pensava ancora alle bestie del padrone nella stalla, anche se a quell'ora sicuramente s'erano già messe ad urlare e a protestare, proprio come bestie. Però la spensieratezza e l'euforia provate nella serata festaiola si stavano affievolendo con il ritorno a casa. Cianetto cercò nuovo entusiasmo nel taschino della camicia, là dove aveva lasciato furtivamente un pacchettino che alla commessa aveva chiesto di volerlo avvolto in una carta dorata, e la commessa gli aveva guardato a lungo le mani callose. Cianetto non aveva capito cosa avessero di sbagliato quelle mani che erano le uniche a portare a casa un pezzo di pane, e poi aveva visto che i suoi modesti risparmi di un anno se n'erano andati con quel pacchettino lì, dorato e con un fiocchettino pure giallo...

So anche che la luna era alta e illuminava il viottolo di campagna, e Cianetto sentiva sua moglie che lo seguiva. Accese la mezza Alfa che teneva dietro l'orecchio e desiderò stendersi sull'erba medica e dormire... C'era ancora tanta strada da fare, Natalina era stanca e guardava il marito, anzi, quell'uomo che le avevano concesso... “Ce l'ho io il marito per la figlia tua”, aveva detto compare Micheluccio che s'era fermato a casa per un bicchiere di vino, e Natalina aveva alzato gli occhi in silenzio, un brivido le era sceso lungo la schiena, aveva avuto paura di quel "sensale" che beveva sotto la lampada ad acetilene, e dopo un mese s'era ritrovata in chiesa e maritata, sempre in silenzio; lei era uscita da casa ed era entrata una vacca che era una bellezza, dava latte a litri, troppo per Natalina esile e magra come un chiodo, avevano malignato nei poderi vicini... Adesso, vent'anni, Natalina osservava suo marito, quell'uomo capace di silenzi ostinati e pieni di rancore, capace di un amore fatto di piccoli gesti, un grappolo d'uva o un paio di fichi quando tornava dal campo con la roncola nella cinta, o un'occhiata brusca e di traverso quando Natalina gli portava la brocca del vino fresco di cantina.

Sospirò Natalina, e Cianetto aveva ballato tutta la notte, trascinato via dal quotidiano duro lavoro da quei passi di valzer e mazurca, sicché respirò a pieni polmoni l'aria fresca della notte, si sentiva forte e aitante, ma già le bestie del padrone aspettavano la biada nella stalla, aspettavano quella loro manna a forconate, e Cianetto cacciò quel pensiero carico di frustrazione, si girò verso la sua donna e la trascinò per un braccio fin dopo il fosso, la distese ed entrò in lei con rabbia, gioia e angoscia insieme, poi avrebbe voluto scusarsi ma non gli venivano le parole giuste, gettò solo il pacchetto dorato sul grembo di Natalina.

Così fu chiamata al mondo Assunta, mia nonna, il 15 d'agosto, e per una madonna che se ne andava in cielo un'altra era pronta là, sulla terra... ma non per questo dimentico che fu una gravidanza difficile e poi alla fine mia nonna nacque dalle mani di Ninetta che passava di podere in podere per far partorire anche le vacche e le cavalle, grazie a Dio, perché in campagna rendeva più una bestia che una femmina... E quando nacque mia nonna, Cianetto non era più ad aspettarla, aveva già aperto la stalla per far scappare le bestie del padrone e poi aveva sbattuto il berretto per terra e così come aveva fatto per le bestie fece per se stesso e se n'era scappato in Svizzera insieme ad una bestemmia e a una valigia di cartone. Cianetto sognava poco e per lui la vita andava presa così come veniva, perciò se n'era andato, per seguire la danza di un giorno di festa migliore. Sicché Natalina cercava di consolare la figlia, e quando piangeva le raccontava di un principe ricco e dai capelli lisci e lucidi di brillantina, e le aveva messo al collo la catenina d'oro che una notte d'agosto il suo uomo le aveva regalato...

Però mia nonna Assunta non ha mai voluto imparare a ballare, non c'era tempo e nemmeno voglia, appena l'età glielo permise andò a servizio dal conte Pesci, e in quella casa patrizia trascorse buona parte della sua gioventù, fino a vent'anni, fino a quando vide Tonino...

A volte penso a mia madre e immagino che sia stata concepita in un giorno di chimere, annuncio di un carnevale baldanzoso e perenne... Amo pensare tutto ciò. In verità mia madre Sara anche lei fu concepita come lo scoppio di un petardo, perché Assunta lavorava a servizio e Tonino era muratore e cantava lì sulla piazza dove si affacciava la più bella casa del paese... Aveva la faccia sporca di calcina Tonino, ma la sua voce era come quella di un usignolo e per Assunta quella voce era una gran cosa, più ancora dei pavimenti da lavare in ginocchio e del conte Pesci, vecchio e infermo e da lavare meglio dei pavimenti. Così mia nonna Assunta seguì la felicità che pensava stesse dietro un canto di sirena...

Amo pensare che mia madre Sara sia stata concepita in un giorno di festa, forse perché più d'ogni altra cosa si desidera quello che non si ha, così io, che non sono mai nata, penso di conoscere lo stesso la mia Epifania, ed immagino una rivelazione del tutto particolare, l'annuncio di un carnevale perenne e lontano insieme al ricordo ormai spento di un padre dal volto qualsiasi...

E mentre nella notte tornava dall'osteria abbrutito dal vino ed eccitato dai racconti degli uomini, Tonino cantava oscenità con la sua voce d'usignolo per cacciare la paura delle ombre vaganti, cantava nella notte spettrale e fredda pensando alla sua sposa bambina. E nella notte che stentava a stemperarsi in un lattiginoso mattino, l'uomo gigante strappò la moglie dal sonno arcaico. Mia nonna rabbrividì al tocco ruvido di quelle mani callose, di quelle mani pesanti di lavoro, e covò rancore per la voce calda di eccitazione e di vino. Assunta, vent'anni, non si era ancora abituata a quella virilità prepotente e rude... E poi, nel lattiginoso mattino, la suocera e la cognata, irreggimentate per la prima Messa, avevano invidiato Assunta ancora protetta dalle coperte... “Avrà fatto l'amore...” aveva malignato con scandalizzato pudore l'una. E l'altra, più tardi, aveva avuto un gelo di sorriso di fronte all'evidente verità di una gravidanza.

Nacque Sara, mia madre, venne al mondo da quell'amore naturale che sa unire le donne nel silenzio, così come Natalina, Assunta... Già!, Sara, e adesso sarebbe stato il mio turno, certo, appena Sara, a vent'anni... Senonché mia madre si rifiutò di chiamare con un nome proprio l'essere che le cresceva dentro e a me mancavano le parole per aiutarla a cancellare la vergogna di un peccato originale... quella vergogna che aveva segnato mia madre più del peccato. Per questo ha tentato di cancellarmi inutilmente, perché io, per mia madre sono ancora più viva di Natalina e di Assunta concepita il 15 d'agosto, così la mia inesistenza l'umilia e l'attanaglia ogni giorno, così i suoi occhi mi cercano in ogni angolo della città, sulle immagini dei muri, nei negozi, al mercato, ai giardini pubblici, nella scuola e, soprattutto, negli occhi innocenti d'ogni bambino... Così come ogni suono, ogni parola, ogni pensiero fa precipitare mia madre nel ricordo palpitante e terribile, perché a Sara, a vent'anni, successe là nel parcheggio sotterraneo del supermercato di conoscere il suo amore naturale, tra lo scricchiolio lontano e metallico dei carrelli pieni di spesa e lo stridio delle ruote sull'asfalto liscio... Mia madre stava per risalire in macchina carica di buste quando comparve l'uomo della notte che pretese la sua parte di felicità da lei, proprio da mia madre che continuava a pensare... “Adesso si ferma qualcuno e mi aiuta... E' sicuro!”, così pensava mia madre fino a quando l'uomo della notte non si fermò lui per primo e le sorrise... “Sei stata brava...” E mia madre era così sola al mondo che ringraziò quasi quello sconosciuto che l'aveva presa a calci e schiaffi, che le aveva strappato i vestiti e l'aveva trattata come una bestia riottosa. E a casa per quanto mia madre cercasse di togliere dal corpo l'umiliazione, la rabbia e l'impotenza sotto il getto di un'acqua bollente, non poté cancellare me che avevo appena iniziato a nuotare nel suo ventre materno facendo capriole alla vita.

So che l'Epifania è l'annuncio di un magico incanto, ma la mia rivelazione fu per Sara un baratro incolmabile, e le mie euforiche capriole avevano lo stesso sapore dei calci inflitti con crudele indifferenza dall'uomo-padre. Chi ha detto che le cicatrici dell'anima non si vedono? In ospedale tutti guardavano mia madre con disprezzo per quella fede che non aveva al dito, o con pietà se conoscevano la sua storia, ma tutti si discostavano come per un contagio maligno... “Abbi fede... Coraggio... Accetta il tuo bambino”, erano pronte a dire le altre donne. Anche le ombre di Cianetto e Tonino erano lì pronte a giurare che non tutti gli uomini sono uguali… “Ma è poi vero?”, pensava mia madre, vent'anni, e poco esperta nelle questioni di cuore...

“Bambina mia, come potrei inventare per te storie di principi dai capelli lisci e lucidi di brillantina...” mi confessava mia madre, e poi immaginava le mie mani, se erano gentili o arroganti, si chiedeva se i miei occhi erano innocenti o duri come quelli dell'uomo-padre, se i miei capelli avrebbero avuto il colore delle spighe mature, poi decise Sara che il colore degli angeli non poteva dare umiliazione e sofferenza, e che un'altra madre, in un'altra vita, m'avrebbe amato... Così, io e Sara, siamo precipitate nel buio di un giorno senza festa in un'altalena d'amore e d'odio.

Ricordo che quando le giornate si erano fatte improvvisamente corte, alleggerite dal peso imminente di una decisione da prendere, mia madre mi disse di un sogno che sarebbe diventato grigio, e lei stessa mi parlò di una vita sporca e di cieli puliti. Quel giorno, all’imbrunire, passeggiavamo tra prati e vialetti alberati, e vedevamo i ritardatari che passavano dalle panchine ormai in ombra alle panchine nel sole che tramontava. E tra gli alberi passava il vento e questo a mia madre piaceva, le piaceva camminare verso sera per la strada alberata, le piaceva stare insieme al vento, sentire il profumo di prato e di foglie, e anche a me quel giorno, all’imbrunire, piaceva passeggiare con mia madre anche se piangevamo entrambe, perché Sara mi disse che il mio cielo non sarebbe mai diventato azzurro… Stava seduta su una panchina, era sola, afflitta dal peso di una prova insopportabile, e quel peso ero io, e già mi sentivo una ragazza che porta a casa una cattiva pagella. Intanto, sotto un ippocastano, tre giovanotti suonavano la chitarra e sussurravano una canzone che diceva di un amore naturale.

Premetto: io non sono mai nata, però so che quando mia madre lasciò che mi strappassero dal suo corpo, chiese a se stessa di essere vigile per avere impresso ogni segno della mia presenza, ma forse con il dolore non voleva punirsi, bensì avere la consapevolezza della mia perdita. Mia madre guardava ad occhi bassi la sua gonna un po’ sdrucita all’orlo e poi le sue braccia immobili come ali spezzate, le gambe appese… Le venne l’idea della vetrina di una macelleria, e ascoltava il rumore metallico dei ferri a contatto con le vaschette, e quando fu risollevata dal lettino canticchiava a voce bassa e senza lasciare il tempo di capire nulla sulla sua salute, si avviò alla porta inorridita come le viole del pensiero sotto la pioggia. Sulla porta si girò e a quelle persone in camice bianco sorrise e disse… “Signori, sono stata brava…” E se ne andò triste e sognante.

E’ proprio in gamba mia madre. Di tanto in tanto c’incontriamo, perché ci siamo formate l’idea di non esserci abbandonate del tutto, e se non posso avere il caldo delle sue braccia, ho almeno la dolcezza delle sue parole che mi accarezzano quando vado ad abitare nei suoi sogni… E nelle sue giornate, ora lunghe e inquiete, sono fitti i momenti in cui il suo pensiero m’insegue e mi cerca, ha nostalgia di me come se davvero m’avesse stretto tra le sue braccia, come se davvero avesse visto i miei occhi colore del cielo, e io continuo a visitare le sue notti, senza nessun rancore, ma felicemente infelice….

 

 

 

 

 

 

PAOLO PERGOLARI

 

 

 

AMORE NATURALE

 


VINCITORE DEL PRIMO PREMIO DI POESIA DI RIVOLI

 

 

Dialogo di un nipote col nonno che verrà.

 

Ehi nonno…

si.. dico a te!

 

No, non girarti attorno,

non mi puoi vedere.

 

Stai tranquillo,

non ti devi spaventare.

 

Sono nei tuoi pensieri.

Non ti preoccupare.

 

Vuoi sapere chi sono?

Si.. certo.. è giusto

ma… è difficile da spiegare.

Il fatto è che…

volevo conoscerti prima,

prima di arrivare.

Qui siamo tutti agitati.

siamo alla ricerca dei posti migliori,

siamo ansiosi di cominciare.

 

Non hai capito?

Lo so non posso darti torto,

forse non ci crederai ma…

io..... sono il nipote che verrà.

 

 

Non mi puoi conoscere ancora,

non ci siamo mai visti,

ma avevo bisogno di parlarti,

sentivo che era già tempo

di presentarci,

di preparare il nostro incontro

e... portarci avanti col lavoro.

 

Nonno,

Io... sono il nipote che verrà.

 

Non so quando potrà accadere,

non so quando potrò rivestire

un nuovo abito di carne ed ossa

e tornare lì sulla terra con Voi.

Ma il mio spirito è pronto

la mia anima è chiara

ed ora sono in attesa che

si compia il miracolo.

Sono in attesa che due anime

innamorate mi vogliano accogliere,

vogliano far scoccare la scintilla

che accenderà il fuoco che mi

riscalderà per tutto il tempo

di una nuova vita.

 

 

Sì.... lo so che ora tutto è cambiato

lo so che la Terra non è più la stessa

... che ora tutto è .... più complicato,

più affollato.... inquinato... , più pericoloso

e triste.

 

Proprio per questo,

nonno,

avrò bisogno di te.

 

Giovanni Melotti – Rosta (TO)

 

 


PREMIO POESIA DI RIVOLI, PREMIO ADRIANA FORESTO

 

LINEE IN LIBERTÀ

 

 

Immagino di volare con linee libere

che rasentano i sogni, il passato

che sfiorano oggetti, alberi, montagne

che traforano nuvole, nebbie e temporali.

 

Immagino di creare linee libere

che rappresentano segni, ricordi

che allacciano ritratti, paesaggi, geometrie

che trasformano nuvole, nebbie e temporali.

 

Immagino di sognare linee libere

che trasportano presente e futuro

che accarezzano visi, gruppi, popolazioni

che solcano terre, boschi e oceani.

 

Immagino di vedere onde libere

che scompaiono umili, partecipi e mute

che sciolgono linee,tracciati, solchi…

 

Sento libere onde d’energia

che sciolgono confini fisici

che liberano linee e schemi

che mi uniscono al TUTTO.

 

 

 

 

Ricordati di te

 

Non diventare un’isola selvaggia

chiudendoti nel tuo cuore

senza guardare il cielo

al di là della finestra.

Non chiuderti in silenzi infiniti

senza trovare una parola

per chi aspetta conforto

anche solo in una frase.

Non abbandonare la speranza

per un’altra delusione

se non esce il genio dalla lampada

sul tuo comodino.

Non cercare di forzare il destino

quando ti tocca solo di aspettare

che la rosa sbocci a maggio

e l’uva maturi a settembre.

Non piangere sul passato

e non impazzire sul futuro,

sei qui, ora, nel presente

ed è un evento meraviglioso.

Non smettere di credere

nelle tue forti mani

perché sai costruire

se vuoi, il tuo domani.

Non dimenticare chi sei veramente,

non farlo mai per non tradire

quella luce, quel Dio

che dentro di te, vive.

Non ti gettare via,

togliendo la memoria

al film della tua vita

che svolgi alla moviola.

Ricordati di te.

 

 

 

Gemma Bosio

 


L’aurora

 

Guardo il mare,

Mentre il vento con soffio leggero

Accarezza il mio viso.

Sento il profumo di salsedine

Sul mio corpo che a piedi nudi

si sposta sulla sabbia,

Andando incontro alle onde.

Il sole con i suoi raggi

Penetra le acque del mare

Illuminando la superficie con la sua luce.

Cerchi concentrici si alternano

Al fluttuare delle onde

E si sperdono dando vita

A nuovi flussi.

La vastità del creato

Continua a rapire il mio sguardo

Mentre i miei pensieri

Come foglie al vento si disperdono nell’infinito.

Rimango a guardare

Quel mare baciato dal sole,

illuminato dalla sua luce

e mi lascio portare lontano dalla quiete

che regna sovrana sulla vastità del mare.

 


CHI SIAMO

 

 

Il nostro parlare,

le nostre parole.

E gli alibi stanchi e le giornate pesanti.

Il lavoro sbagliato,

il corso sbagliato,

il lato sbagliato

della strada.

Le mie passioni i miei sogni

i desideri, che corrispondono.

Ancora con un barlume di realtà.

Le cose da rifare quelle da non cambiare

dimenticare tutto e

ricominciare.

Ammalarsi, guarire, lamentarsi non essere

mai contenti.

Parlare del più e del meno e del tempo

con le stesse persone o con

uno sconosciuto.

Viaggiare, vedere le cose

come sono o come non sono mai,

scoprire i posti o non scoprirli affatto

essere finalmente se stessi

o non esserlo mai.

Perdersi, per poi ritrovarsi, in tutti luoghi,

luoghi comuni,

di questo, siamo fatti noi?

Amare, amare ancora, non smettere

per non smettere di essere

chi siamo.

 

 

Orme labili

 

Le conchiglie nelle mani,

raccolte dal bagnasciuga,

cose belle che come l'araba fenice,

nascono dalla morte di altre,

ritorno sui miei passi

che la risacca ha già cancellato,

mentre il sole sull'orizzonte

rosseggia e brilla sul mare increspato

dal vento che ancora

mi schiaffeggia il viso.

Sulla lunga battigia

le impronte che lascio

sono come attimi di vita

il tempo solenne e monotono

li porta via senza tanto rumore

e come per le orme

ti resta il ricordo di averli visti

In fondo alla spiaggia

lo scoglio sfida il vento e il mare

più in là il molo

appendice del certo nell'incerto

Ed io son qui che cammino,

che lascio le mie orme labili

con le mani piene di resti di morte

mentre il sole scompare

rosseggiando e brillando sul mare.

 

 

 

 

 

 

Domenico Signorino

Viale San Giovanni Bosco 12

10098 Rivoli

Tel. 011 9673819

Cell. 347 0705922

e-mail: domenico.signorino@fastwebnet.it

 

 

Era solo un poeta

 

La prima sigaretta

avidamente assaporata

appena sveglio.

La brace inceneriva

i pensieri affollati

lungo la notte.

Notte insonne,

stregata di carezze.

Hai guardato la vita

col caleidoscopio fuori dal tempo

della tua straordinaria follia.

L’hai bevuta

come una cazza di caffè bollente

a rapidi sorsi.

L’hai strappata a morsi

con gli occhi che specchiavano le nuvole.

Hai scavalcato gli ostacoli

senza mai indietreggiare

mentre il sogno picchiava,

instancabile, all’uscio.

Erano appunti lasciati a fiumi

su pagine stazzonate,

o sui tavolini di un bar.

Le parole volavano,

leggere farfalle

e avvampavano illuminando il tempo

che sembrava un tenero amante.

Si è passato il confine

dei giorni inquieti.

Alle cinque della sera,

sull’ultimo gradino

della lunga scala senza ringhiera,

ti sei incamminato,

lasciandoci soli

nel meriggio assolato.

Il vento sfiorava pensieri spezzati

e interrogava la tua ombra

che rispondeva col silenzio:

le ore sono finite!

Rimane l’eco delle tue parole:

Pegaso tornerà a volare sulla terra,

frantumerà il silenzio la poesia;

il sorriso dei papaveri

farà ancora stordire la mente.

 

Roberto Bruciapaglia – TORINO

ECCO I VINCITORI DEL PREMIO DI POESIA E DI NARRATIVA DI RIVOLI!

 

 

SEZIONE NARRATIVA CLASSIFICA TITOLO AUTORE PROVENIENZA

 

1° La Prima Parte Bruno Bianco Montegrosso d'Asti (AT)

2° La nave dei vagabondi Paolo Camera Torino

3° La casa del perdono Alessandra Mattioli Roma

4° Nicole Bruno Sasso Rivoli (TO)

5° Amore Naturale Dr. Paolo Pergolari Castiglione del Lago (PG)

 

 

SEZIONE POESIA CLASSIFICA TITOLO AUTORE PROVENIENZA

 

1° Dialogo di un nipote col nonno che verrà Giovanni Melotti Rosta (TO)

2° Ricordati di te Gemma Bosio Robassomero (TO)

3° L'Aurora Immacolata Concetta Bruno Roma

4° Chi siamo Alberto Milesi Bussoleno (TO)

5° Orme labili Domenico Signorino Rivoli (TO) 

 

PREMIO SPECIALE CLUB DES POETES Chi siamo Alberto Milesi Bussoleno (TO)

PREMIO SPECIALE ADRIANA FORESTO Linee in libertà Erminio Terzariol Alpignano (TO)

PREMIO SPECIALE EMILIO GAY Era solo un poeta... Roberto Bruciapaglia Torino

 

 

Presentazione del nuovo libro di Gianni Farinetti

Regina di cuori

La donna che Vittorio Emanuele amò tutta la vita

 

MARSILIO EDITORI

 

Il re è morto, viva il re. Il 9 gennaio 1878 muore a Roma, nel suo appartamento affacciato sui giardini interni del Quirinale, il primo re d'Italia Vittorio Emanuele II, il Padre della Patria. In quattro giorni, fra il mettersi a letto e chiudere per sempre gli occhi, ha tempo di ripensare alla sua vita straordinaria. Di certo ha rivisto come in un lampo i vittoriosi campi di battaglia: si è creduto un leggendario guerriero e un abile stratega. Ha ripensato commosso alla barba di Garibaldi (quel brigante!) e persino a Mazzini, senza i quali, sembra incredibile, l'Italia non si sarebbe fatta. E soprattutto ai furibondi litigi con Cavour, quel geniale ma intrigante saputello a cui deve la fortuna della dinastia. Altri pensieri - più futili e perciò più piacevoli - gli si affollano nella mente: e così, ma non certo evocata per ultima, appare lei, Rosina, l'amante dagli occhi cangianti e quello stuzzichevole sorriso che gli aveva rapito il cuore trent'anni prima. Una semplice figlia del popolo - e dal popolo venerata - che aveva voluto accanto a sé creandola prima contessa di Mirafiori e Fontanafredda - ah, Cavour quanto si era arrabbiato! - e poi sposandola, seppure morganaticamente, davanti a Dio e agli uomini.

 

 

PRESENTAZIONE IL 13 MAGGIO 2011 ORE 18.00

 SEDE DEL COMITATO DI QUARTIERE BORGO URIOLA

VIA TOMMASO NEGRI 12


Rivoli, anni settanta Rivoli, anni settanta
Rivoli, anni settanta Rivoli, anni settanta
BUONA PASQUA !!! BUONA PASQUA !!!

Aprile mese di riflessione.

Un periodo di passaggio dopo il carnevale, per progettare e guardare al futuro.

Le novità future della Pro Loco di Rivoli si concentrano soprattutto su cultura,volontariato ed enogastronomia.

Alcune date:

 

- Il 6 maggio Aperitalk a Collegno, in collaborazione con il Colle del Lys

- Il 13 maggio presentazione del libro "Regina di Cuori", Marsilio edizioni

- Il 15 maggio giornata del volontariato a Rivoli, Piazza Martiri.

- Il 20 maggio presentazione libro "Il Tenente degli Alpini" a Rosta, con il Lodo Pro Loco di Rivoli

- Il 20 maggio serata Aperiteatro al Cafè Borgonuovo

- Il 21 maggio la Pro Loco di Rivoli sarà a Cercenasco per una giornata in allegria.

- Il 27 maggio serata gastronomica al Cafè Borgonuovo

 

Salvo imprevisti e contrordini, il cartello è denso, a nostro avviso interessante e con ampie possibilità di intrattenimento e di cultura.

Insomma, un maggio pieno di impegni, di grandi appuntamenti, che verranno snocciolati a tempo debito, uno per uno.

 

Saluti a tutti e statemi bene

Alessio Moitre

Vicepresidente della Pro Loco di Rivoli

 

 

Prima dell'inizio dell'annuale Carnevale rivolese, un signore di circa un ottantina d'anni mi si è avvicinato, io ero intento negli ultimi preparativi, mancava pochissimo tempo.

Con un fare sornione mi ha fatto un grande sorriso e mi ha detto "Vi dobbiamo ringraziare, anche quest'anno ci siete, temevamo che con tutti i problemi che ci sono, anche voi spariste perchè in questo momento non sapete quanto c'è bisogno di svagarsi e di farsi un paio di risate, grazie".

Mesi e mesi di preparativi, riunioni, giornate di consultazioni con le varie istituzioni (un grazie a Franco Rolfo e a Franco Dessì, prima che assessore alla cultura, al turismo e al commerico e sindaco sono per noi due rivolesi da chiamare per nome), alla fine a qualcuno può apparire banale una frase così, anche scontata ma vi possiamo assicurare che non c'è cosa migliore che sentire dire un semplice grazie.

Siamo soddisfatti del Carnevale appena passato, perchè i carristi, tutti, si sono divertiti ed hanno trovato una splendida gionata, le persone si sono divertite, c'era davvero molta gente, tantissimi bambini hanno chiesto le caramelle al Conte Verde, con moderazione sono state concesse.

Alla fine della sfilata, tutti i componenti della Pro Loco di Rivoli presenti in blocco per l'evento, si sono guardati soddisfatti e hanno stemperato anche la normale tensione che vi è sempre per manifestazioni di questa portata.

Adesso si prosegue con le future iniziative ma vi posso assicurare che un pensiero va sempre al Carnevale, 2012 naturalmente!

 

 

Saluti a tutti e statemi bene

Alessio Moitre

Vicepresidente della Pro Loco di Rivoli

 

 

Ora
sabato 12 marzo · 17.30

Luogo Rivoli, Casa del Conte Verde

PRESENTAZIONE DEL LIBRO "ILTENENTE DEGLI ALPINI" DI FRANCO VOGHERA, NEOS EDIZIONI

 

Alla presentazione organizzata da Neos Edizioni e Pro Loco Rivoli partecipano:

- Associazione culturale "La Meridiana"
- Associazione culturale "Colle del Lys"
- ANA (associazione nazionale alpini)
- la Caserma Ceccaroni di Rivoli
- Il comitato di quartiere San Martino - Centro

Alla serata vi sarà l'intervento del Tenente Giordano Bartoccini, protagonista della storia, 96 anni!

Alla fine della presentazione sarà offerto un piccolo rinfresco per gli ospiti

 

 

 

 

Potremmo dire fuori uno!

Ma sarebbe ingiusto perchè a Cascine Vica la Pro Loco di Rivoli si è sempre divertita.

Una bella domenica, tanti bambini, molti genitori divertiti, non succede sempre.

Nel mezzo il carro del Conte e della Contessa, un pò di musica, le persone che si affacciano dalle case per godersi la festa e poi caramelle e coriandoli.

Il solito ma che fa piacere vedere.

Tra non molto avremo la nuova sede nel quartiere Fratelli Cervi e i progetti per la zona e per Cascine Vica si comincianoo a formare, di idee c'è ne sono e ci sarà tempo di riparlarne.

Nel frattempo siamo contenti che anche quest'anno la tradizione si sia rinnovata, con sorrisi e soddisfazione comune.

 

 

Saluti a tutti e statemi bene

Alessio Moitre

Vicepresidente Pro Loco di Rivoli

 

 

 

Rivoli, un pò di storia... in foto Rivoli, un pò di storia... in foto
Il Conte Verde e la Contessa 2011 Il Conte Verde e la Contessa 2011

 

 

Il 6 febbraio vi sarà l'investitura del nuovo Conte Verde.

Il primo passo per un nuovo Carnevale, che nelle previsioni dovrà tenere conto logicamente dei tempi che corrono.

Il budget rispetto all'anno passato è leggermente diminuito, nonostante ciò la Pro Loco di Rivoli, responsabile come ogni anno dei festeggiamenti carnevaleschi, ha fatto il meglio che poteva insieme ovviamente al Comune.

Speriamo!

Un mese dunque, dal 6 febbario al 6 marzo, con la grande sfilata.

In mezzo una serie di avvenimenti, soprattutto il carnevale dei bambini il 13 febbraio (spostato rispetto all'anno scorso, nel tentativo futuro di donare alla manifestazione una sua dignità), il 18 febbraio il ballo in maschera, il 5 marzo la sfilata del Conte e della Contessa per le vie del centro con il Palio, che nelle previsioni dovrebbe nei prossimi anni essere ampliato e maggiormente pubblicizzato.

E poi la sfilata, il 6 di marzo, culmine del Carnevale, con carri, coriandoli, caramelle e tanta gente.

Un pensiero però, la Pro Loco la riserva al Conte e alla Contessa, per un mese impegnati in vari ambiti e luoghi ma felici, come tutte le coppie che si sono avvicendate.

Il loro sorriso ci mette sempre soddisfazione, anche se in molti momenti si naviga a vista e i fondi bisogna quasi inventarseli.

E poi passato tutto si riparte, perchè la ruota non si ferma e quest'anno per la Pro Loco sarà un anno lungo, con varie novità che siamo felici di condividere con Rivoli.

 

Saluti a tutti e statemi bene

Alessio Moitre

vicepresidente della Pro Loco di Rivoli

 

 

 

 

EVENTI PER IL CARNEVALE RIVOLESE 2011:


 

6 FEBBRAIO ORE 11, CHIESA DI SAN BERNARDO, INVESTIURA DEL CONTE  VERDE E DELLA CONTESSA

 

13 FEBBRAIO, CARNEVALE DEI BAMBINI A CASCINE VICA

 

18 FEBBRAIO ORE 21 RISTORANTE "LA SORGENTE" DI RIVOLI, BALLO IN MASCHERA

 

5 MARZO, SFILATA DEL CONTE E DELLA CONTESSA PER LE VIE DELLA CITTà - PALIO IN PIAZZA MARTIRI

 

6 MARZO, GRANDE SFILATA DEI CARRI

 

 

 

 

 

Pro Loco Rivoli

 

 

Rivoli è una ridente cittadina, nonché grosso centro industriale, della basse Valle di Susa, distante circa 15 km dalla città di Torino.

Il nome “Rivoli” deriva dal latino Ripulae e si rifà alla posizione geografica del paese, che sorge su ciglioni scoscesi della riva del fiume Dora Riparia.

Rivoli sorge su una serie di colline moreniche che ebbero la loro origine più di 500000 anni fa, a seguito di numerose glaciazioni che hanno segnato profondamente la conformazione territoriale della città.

La presenza dell’uomo nei territori del Rivolese trae origine fin dall’alba dei tempi: reperti archeologici ritrovati nelle zone al confine con i comuni di Villarbasse e di Rosta dimostrano, con buona probabilità, la presenza dell’ Uomo Preistorico nel territorio fin dall’Età della Pietra.

Le popolazioni che successivamente si stanziarono nel rivolese furono diversi ceppi appartenenti all’etnia dei Liguri che, nel corso dei secoli, e dopo un fiorente sviluppo, furono assimilati nel grande Impero Romano. L’importanza storica di Rivoli nel periodo romano, è da attribuirsi ad un importante battaglia : proprio in questa città ( e nei territori circostanti) avvenne, nel 312 d.C., il famoso conflitto fra l’Imperatore romano Costantino I contro l’autoproclamatosi augusto Massenzio per il dominio dell’Impero Romano.

Sebbene nel periodo compreso fra la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.) e l’anno 1000, Rivoli non fu protagonista di eventi rilevanti, è proprio durante l’ XI secolo che Rivoli giocò un ruolo principale in vicende che la resero, insieme a Torino, fulcro centrale di scontri fra Imperatore e Papato.

Durante tutto il periodo intercorso tra l’ XI secolo e il XIII secolo, Rivoli fu numerose volte contesa fra i Vescovi di Torino e i Conti di Savoia. Dopo innumerevoli vicissitudini che coinvolsero tanto la nobiltà sabauda e pontificia quanto la popolazione locale, Rivoli  fu, nel 1257, annessa agli stati sabaudi per concessione dell’Imperatore Guglielmo, come segno di gratitudine per la fedeltà dimostrata dai Savoia all’Imperatore.

I Savoia tennero in notevole considerazione la città di Rivoli permettendone uno sviluppo grandioso; sviluppo che raggiunse il suo apice durante il regno di Amedeo VI, il Conte Verde, il quale teneva in Rivoli una delle più importanti istituzioni del governo sabaudo: il Consilium Principis.

Successivamente dal XV secolo fino al XVIII secolo in pieno Risorgimento, Rivoli subì una serie di circostanza sfavorevoli: con l’accentramento del potere nella città di Torino (Amedeo VII sposto la sede del Consilium Principis da Rivoli a Torino), la guerra tra Francesi e Carlo V e una serie di epidemie e carestie, Rivoli passò da fiorente cittadina a piccolo borgo agricolo.

Durante l’unificazione dello Stato Italiano (1861-1870), Rivoli subì ulteriori disagi: con la costruzione della linea Torino-Susa che escludeva Rivoli dallo snodo ferroviario verso la Francia, la cittadina non potè più beneficiare delle rotte commerciali su via ferrata verso la Francia. Tuttavia, grazie al suo microclima particolarmente salubre, Rivoli divenne la metà estiva preferita da molte famiglie aristocratiche piemontesi.

Lo sviluppo industriale di Rivoli crebbe maggiormente alla fine del XIX secolo con l’apertura della conceria Costa, l’ampliamento del mulino Superiore e con l’apertura dell’opificio Leumann.

Allo sviluppo industriale che fu particolarmente positivo, si unì un’urbanizzazione della città sempre più alta che portò, durante il decennio 1961-1971, il raddoppiamento della popolazione passando da ventimila a quarantamila abitanti.

Concludendo, la Storia di Rivoli è stata segnata, incisa e caratterizzata da una variegata quantità di eventi storici più o meno favorevoli accomunati tutti da una costante: la tempra critica, costruttiva, inossidabile e mai arrendevole che accomuna ogni Rivolese, vera incarnazione dello spirito sabaudo.